Internet è per tutti sinonimo di accesso illimitato alle informazioni, ma siamo capaci di distinguere una notizia vera da una bufala? E di distinguere un profilo reale da un fake? Secondo lo studio “Infosfera italiana 2016” dell’Università di Napoli no, ma procediamo con ordine.

L’infosfera viene definita come “lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni”, dove per “documenti” si intende qualsiasi tipo di dato, informazione e conoscenza, per “agenti” si intendono le persone e per “operazioni” ogni tipo di reazione delle persone al documento.

L’indagine ha sottolineato come gli utenti, muovendosi tra vecchi e nuovi media e attingendo da questi informazioni a proprio piacimento, creino i propri palinsesti personali in base ai propri interessi, gusti e bisogni. Oltre a creare palinsesti, gli utenti creano dei nuovi contenuti e diventano loro stessi nuove fonti di informazione.

“Questo comportamento supera la dimensione gerarchica, che attribuiva alle fonti tradizionali il ruolo insostituibile ed esclusivo di emittenti dei messaggi professionali e autorevoli dell’informazione mainstream, sostituita dalla prassi dell’autocomposizione delle fonti nell’ambiente web e da una matrice di flussi continui di informazioni propagate in una dimensione orizzontale.”

In questo scenario la rete è lo strumento primario per accedere alle informazioni, ma è anche uno spazio che sovrabbonda di informazioni, creando 3 problemi:

– Si danno per certi i contenuti presenti nella prima pagina dei risultati di Google.

– La nostra capacità di percepire una fonte o un contenuto come “autorevole” è in continuo mutamento.

– Abbiamo sempre più fretta e questo ci fa tendere a velocizzare le scelte di decisione.

“L’affermarsi e il dispiegarsi della diffusione della tecnologia digitale, ci ha proiettato in una nuova era: attraverso la fase dell’informazione veloce siamo passati alla fase dell’accumulo e del capitalismo informazionale”.

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Riceviamo ogni giorno molte più informazioni di quante ne possiamo effettivamente processare (tra televisione, radio, giornali, caselle postali reali e virtuali, social network e blog, cartelloni pubblicitari nelle vie delle città, tele-promotrici di servizi per telefono etc.), ciò ci porta a fare economia sul nostro livello di attenzione e dunque siamo orientati al cosiddetto “confirmation bias”, la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando contenuti successivi la smentiscono.

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In questa cornice qual è il ruolo dei brand? Nell’ultimo anno alcune “notizie” sono rimbalzate da una pagina Facebook all’altra intasando i nostri feed. Basti pensare al vestito oro/blu, a “petaloso”, alla Santanché alla Scala di Milano, al balletto di Zaza prima di calciare il rigore… e potrei continuare per ore.

Alcuni brand decidono di cavalcare questi trend del momento perseguendo la strategia del real time marketing. Esagerare in questa strategia significa a lungo termine assecondare i 3 problemi sopracitati, perdendo però autorevolezza nei confronti degli utenti e diventando sempre meno credibili.

E un brand non credibile non piace a nessuno.

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