Giugno lo sappiamo è il Pride Month e noi non perdiamo l’occasione per fare una riflessione sul marketing inclusivo. I consumatori sono sempre più sensibili a messaggi pubblicitari diversi dagli standard e ai marchi che facciano delle responsabilità sociali ed etiche, il loro modus operandi, senza considerarla una moda, ma un vero sentimento diffuso e impossibile da ignorare.

Cos’è il marketing inclusivo?

Grazie al marketing inclusivo si mira a modificare la comunicazione verso un linguaggio più naturale e autentico, non indirizzato ad un solo target di riferimento.

Il lato demografico viene affiancato alle differenze di reddito, di genere, di orientamento sessuale e religioso, di etnia  e cultura, racchiudendole tutte in un’unica strategia di comunicazione.

Impossibile fornire una definizione univoca di marketing inclusivo: un insieme di strategie e di contenuti che riguarda non solo le singole campagne pubblicitarie o i singoli messaggi, ma che a volte ridefinisce il marketing del marchio stesso.

Un vero e proprio rebranding, che permette di parlare ai consumatori includendoli nella propria visione, nei propri valori e in un’immagine che li rispecchi.

Brand: come possono adottare la comunicazione inclusiva in modo efficace?

Puntare sull’autenticità è la chiave. Per rendere inclusivo il marketing, occorre rispettare i valori del brand.

Per affacciarsi al marketing inclusivo occorre conoscere a pieno il proprio mercato.

Ad esempio, lanciare una campagna advertising, partendo da un argomento etico di forte attualità ma che non corrisponde alla reale identità di ciò che costantemente trasmette quel determinato  brand , non porterà al raggiungimento di alcun obiettivo.

Per promuovere la diversità occorre andare oltre il proprio target ideale, in modo da non far percepire come “irraggiungibile” il proprio prodotto da tutti gli altri.

Perseguire l’inclusività anziché l’esclusività. Questo riguarda il tono della comunicazione, la decisione di ribaltare gli stereotipi creando una cultura anche visiva che rappresenti le differenze.

Giugno, mese del Pride

Come ogni anno, Giugno porterà migliaia di aziende a cambiare il loro logo sui profili social, adottando temporaneamente i colori dell’arcobaleno. Ma quante fra queste mettono in campo davvero delle iniziative concrete? Pochissime.

Tale azione prende il nome di Rainbow washing.

Recentemente però, gli utenti sono sempre più interessati a scoprire cosa si cela dietro quel cambio logo e quali azioni sono state realmente attutate dal brand.

Le bandiere multicolore non bastano: è necessario che il linguaggio, la comunicazione, il marketing e l’etica aziendale si incontrino nello stesso punto.

Inclusione non significa solo diversità

Il 70% della Generazione Zeta  preferisce un marchio che dimostri inclusione e rispetto delle differenze, perché attraverso i suoi messaggi promozionali ha la possibilità di identificarsi in una delle molteplici facce della società.

Il marketing inclusivo segna l’inizio di un percorso virtuoso per i brand perché genera fiducia, fedeltà e passaparola positivo.