“Le Stories sono un formato che è sulla via per superare i feed come modo in cui le persone condividono le cose” – Chris Cox, 1 maggio 2018, Facebook F8 Keynote.

La storia delle Stories

Lanciate da Snapchat nel 2011, riprese da Instagram nel 2016 e infine consacrate da Facebook e WhatsApp nello stesso anno, le Stories sono l’ultimo step di un percorso evolutivo di un linguaggio che fa a meno delle parole.

Nel 2008, quando Facebook è stato lanciato, era possibile condividere uno status: l’unica forma di espressione erano infatti brevi frasi, scevre di qualsiasi altro tipo di supporto, visivo o non. “A cosa stai pensando?” significava perciò dover processare un pensiero, un’emozione o un’opinione e trasformarli in parole.

Dopo qualche tempo, è stato possibile condividere anche immagini. Abbiamo dovuto poi aspettare ben 7 anni per poter condividere gif native e, nel frattempo, abbiamo visto l’esplosione delle emoji. Da un anno a questa parte anche gli status sono diventati immagini: l’utente può infatti facilmente customizzarli con sfondi di ogni sorta. Allo stesso tempo il semplice “Like”, si è evoluto in una rosa di reactions, dando modo agli utenti di esprimere diverse opinioni con un solo clic.

Immagini, reactions, emoji e gif dicono tutto da sé: non hanno bisogno di essere accompagnati da testo per essere compresi. Anzi, a volte risultano essere molto più esplicativi e velocemente comprensibili di qualsiasi testo scritto. Velocemente comprensibili e altrettanto velocemente realizzabili.

Se da un lato è questa velocità (e democraticità) di produzione che li rende così popolari, dall’altro lato abbiamo anche una questione di fruibilità. Non serve leggere, interpretare un testo articolato, ma basta un colpo d’occhio per inquadrare il contenuto.

Le Stories oggi

All’insieme di fattori appena illustrato dobbiamo il successo di questa comunicazione non verbale, di cui le Stories sono l’apoteosi indiscussa. E i numeri degli utenti attivi ogni giorno lo confermano:
– WhatsApp Stories: 450 milioni di utenti attivi al giorno
– Instagram Stories: 400milioni di utenti attivi al giorno
– Facebook (Messenger): 300 milioni di utenti attivi al giorno
– Snapchat Stories: 191 milioni di utenti attivi al giorno
(fonte: Tech Crunch)

Il resto del mondo digital non è stato a guardare: Netflix ha introdotto nella sua app mobile un formato Stories per mostrare le anteprime delle ultime uscite e, dalle ultime notizie di settore, traspare la volontà di muoversi verso questa direzione anche da parte di LinkedIn.

Anche per quanto riguarda la possibilità di sponsorizzare le Stories, il mondo dei social network è in continua evoluzione. Già consolidata questa potenzialità per Instagram, da fine settembre è possibile sfruttarla anche su Facebook/Messenger e WhatsApp ha annunciato che la prevederà a partire dal 2019.

E a quanto pare, questo format sta avendo una crescita di visual sharing 15 volte più veloce del classico feed: già nello scorso maggio, Chris Cox ci aveva visto – ovviamente – bene.

Un nuovo tipo di linguaggio

Le Stories ci pongono però di fronte ad diverso tipo di contenuto non verbale perché, a differenza degli altri, si evolve in continuazione. Quanto creato dall’utente può essere customizzato con filtri, geolocalizzazione, emoji, stickers, face masks, gif. Senza contare i polls e l’emoji slider, che alzano decisamente l’asticella, in quanto capaci di creare interazione tra creatore e fruitore.
Proprio per questo è sempre più importante per i brand essere presenti sulle piattaforme con questo tipo di format, non una tantum o in occasione di eventi, ma con un presidio quotidiano, proprio come i normali utenti utilizzano i social. Contenuti accattivanti e innovativi che si allontanino dalla comunicazione istituzionale per creare un reale curiosità nell’utente, portandolo a fidelizzarsi. Anche considerando che, come dicevamo, la sua attenzione sta sempre più abbandonando il Feed in favore delle Stories.

Tirando le somme, con le Stories abbiamo a che fare con un nuovo modo di comunicare, alla portata di tutti e letteralmente a portata di mano, visto che per farlo basta avere in tasca uno smartphone. Che ormai di “phone” ha sempre meno, ma che invece si fa veicolo di un’espressione del sé che esclude quasi del tutto le parole.

La riflessione che potrebbe quindi sorgere spontanea è: questa rivoluzione del linguaggio non verbale rischia di lasciarci, prima o poi, senza parole? 🤔

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